L’uomo nella sua essenza si è omologato in una visione consumistica e si è mercificato in tutti i suoi aspetti.

Vivere queste dinamiche nei borghi significa riflettere – non solo sul pensiero di Pasolini – ma anche sulla nostra contemporaneità, su noi stessi, su tutto quello che ci circonda.

Collocarsi significa esaltarsi, chiudersi significa abbattersi. Una società che vive passivamente il suo istante è una società che si indirizza su dei propositi imposti, esterni ad essi, contemplati perché inerme nel definire l’identità, la sua identità. L’uomo relegato al ruolo di consumatore consumato non riesce a strutturarsi ed a strutturare una società perché non riconosce più nella dialettica e nell’altro gli artefici dell’identità.

Sappiamo che l’essere umano può – nella condizione di esserci – avvilire tutto quello che non riconduce esso stesso all’altro (l’altro inteso come una relazione che ci eleva). Ma tutto questo avverrà nel momento stesso che ergiamo la nostra esistenza non nei bisogni materiali dell’esistere -che ci annienta in senso circolare ed individualistico – ma nel desiderio (senso di ascensione).

Attraverso questo pensiero esalto l’evoluzione antropologica che Pasolini ben osserva nell’Italia del boom economico dove la cultura millenaria è stata sventrata dall’avvento del consumismo superfluo ed edonistico.

Oggi noi siamo chiamati a confrontarci con l’evoluzione antropologica avvenuta nell’ultimo decennio e, congiuntamente alla poetica di Pasolini, possiamo riflettere su quanto siamo virtualmente presenti e realmente assenti.