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Portoscuso (SU) 18 Novembre 2025

Pasolini, l'uomo mercificato e omologato - Sala Fois ore 18:30

Il Villaggio di Porto Scuso (in spagnolo: Puerto Escuso, da cui la denominazione locale di Portescusi, col verosimile significato di porto nascosto, data l’ubicazione geografica ed il senso del termine che, ancora oggi, viene utilizzato in alcune espressioni, quale, per es.: fai is cosas a scusi…”fare qualcosa di nascosto”) era soggetto a frequenti incursioni piratesche, alcune delle quali si trasformarono in leggende. Nell’anno 1660, si narra che, durante una terribile incursione barbarica, la popolazione fuggì verso l’interno ma senza fortuna. Molti furono barbaramente uccisi e parte resi prigionieri. Il luogo del massacro è ricordato con il nome di Monte Dolorosu (Monte del Dolore). Solo dopo il 1816 le azioni barbariche ebbero fine grazie ad una tremenda battaglia che vide come vincitore la flotta inglese. Fu nel 1853 che il paese venne riconosciuto comune a se. Nel 1914 fu costruita la scuola e nel 1922 la caserma dei carabinieri.

 

Su Pranu

 

Nella piazza Santa Maria d’Itria, con la facciata rivolta ad oriente, sorge il Palazzotto della tonnara e le relative abitazioni dei tonnarotti, is barraccas, con una superficie complessiva di circa diecimila metri quadri.

 

Ha una forma trapezoidale ed uno spiazzo interno, Su Pranu, aperto verso il mare, di circa cinquemila metri quadri; sempre verso il mare si protendono le due costruzioni, con il tetto in tegole sarde, che costituiscono gli alloggi dei tonnarotti ed i vari magazzini.

 

L’anno di costruzione si può far risalire alla seconda metà del 1500; esso ha subito profonde e continue modifiche strutturali, a causa dei frequenti assalti da parte dei pirati barbareschi, che oltre a depredare quanto vi trovavano, incendiavano le baracche e distruggevano gli stabili. Gli arrendatori della tonnara che si avvicendarono nei primi anni, dovettero affrontare difficoltà di ogni genere per reperire il materiale atto alla costruzione delle baracche che dovevano ospitare i tonnarotti, soprattutto per l’ostilità dei proprietari e dei pastori dei paesi vicini, sul cui apporto era basata la sopravvivenza dei tonnarotti e pescatori vari. Con il trascorrere degli anni e superando peripezie di tutti i generi, gli stabili de Su Pranu incominciarono ad assumere determinate caratteristiche, rimaste infine inalterate fino ai nostri giorni. Su Pranu è da considerarsi come una fortezza autonoma, munita di tutto ciò che doveva renderla indipendente dall’esterno. Esiste infatti un forno, un magazzino per la conservazione della farina, dei cereali, dell’olio e del vino. Vi sono le officine per la costruzione dei chiodi e ferramenta, altre per la riparazione degli attrezzi della pesca, arnesi per la filatura delle funi.

 

La stessa costruzione propone lo schema gerarchico della società di allora. Al di sopra di tutto la parte padronale, poi quella dei diretti collaboratori, Rais, Vicerais e guardiano, ed in posizione periferica, le abitazioni a piano terra, is barraccas, che ospitavano per l’intera stagione, i componenti della ciurma. Queste barraccas nel 1738, servirono da temporaneo alloggio ai tabarchini, in particolare alle donne ed ai bambini, in attesa che venissero costruite le nuove abitazioni nel villaggio che si stava erigendo nell’isola di San Pietro. Caratteristica delle barraccas erano le funi di ciaffalloni, palma nana tipica del luogo, nelle diverse sezione: dal sottile fillettu, per confezionare e riparare le reti, alle grosse baderne, utilizzate anche come cavi d’ormeggio, che scorrevano da una parete all’altra, dalle quali pendevano a fine stagione, le uova di tonno ed il ventrame già essiccato.

 

Se si osserva Su Pranu dalla piazza, a destra si può vedere un ponte chiuso, con una finestra, che poggia su un arco a sesto abbassato, con luce di metri 4,50; di seguito, a due piani, l’abitazione del Rais ed al piano terra quella del Vicerais; entrambi hanno pavimenti e scale in legno. Su due piccole colonne, poggiate sul tetto dell’appartamento del Rais, vi è appesa la campana di bronzo, del peso di 12 chilogrammi, che veniva suonata, in diverse ore, secondo le necessità inerenti all’attività della pesca, per chiamare a raccolta i tonnarotti.

 

A bande opposte, vicino alla chiesa, sopra l’abitazione del guardiano, si trova l’asta sulla quale veniva issata la bandiera, croce rossa in campo bianco, che annunciava alla popolazione che era in atto la mattanza. Si accede all’interno de su Pranu attraverso un arco in trachite a tutto sesto, chiuso da un massiccio e robusto portone di età plurisecolare, con serramenti ancora antiquati. In alto, al centro dell’arco, risalta uno stemma marmoreo: una corona con aquila, ed un fregio gentilizio, lo stemma sabaudo in calce, su un manto di porpora. Vi sono scolpite due P che stanno a significare la proprietà del Marchese Trivigno Pasqua Don Pietro Vivaldi Zatrillas. Al proprietario della tonnara era riservato il titolo di Barone di Portoscuso.

 

Di fronte al mare nel lato centrale, scorre la loggia, sostenuta da travi di legno sormontata da un tetto di tegole “coppi” con colonne in pietra lavorata che illumina la residenza dei padroni, composta da camere intercomunicanti, con cucina, uffici, camere da letto.

 

Al centro dello spiazzo interno, nel 1698, vi è stato sistemato un orologio solare o meridiana, formato da una lastra di marmo con le ore scolpite in numeri romani. Sempre all’interno, il secondo locale del lato Ovest era adibito a cappella. Ancora oggi possiamo ammirare una piccola nicchia detta di Sant’Antonio, ed un’altra della Vergine del Carmelo; all’ingresso è sistemata la pila per l’acqua benedetta. La cappella ha una forma rettangolare ed una superficie complessiva di 120 metri quadri. Il presbiterio sopraelevato di 20 centimetri, si distacca dalla parte riservata ai fedeli, mentre quattro grandi arcate in pietra lavorata, sostengono il tetto. Perse la sua funzione pubblica quando, nel 1665, il Marchese Vivaldi Pasqua fece costruire la nuova chiesa fuori dal perimetro de Su Pranu, che venne dedicata dai tonnarotti alla Madonna d’Itria: rimane però compatrono di Portoscuso Sant’Antonio da Padova, protettore delle tonnare. Sul lato sinistro, quasi sotto la loggia, si trova una fontana molto profonda con un diametro di metri 1,50; da essa si attingeva l’acqua per tutto lo stabile ed è altrettanto antica.

 

Nel 1870 è stato costruito un arsenale coperto, che poggia su 28 solidi e robusti pilastri granitici, con tre arcate a tutto sesto che si affacciano sul mare e altre tre verso terra.

 

Internamente corre un cunicolo che serviva a far passare le funi per il rimessaggio di vascelli e barche.

 

Da Su Pranu era consuetudine benedire il mare per tre volte all’anno: durante la processione di Santa Maria d’Itria, di Sant’Antonio e del Corpus Domini.

 

La Torre

 

Il simbolo della nascita di Portoscuso è rappresentato dalla Torre che si innalza da secoli su uno sperone roccioso e domina tutto il golfo circostante. La sua costruzione risale al periodo del governo spagnolo ed il fine era quello di stabilirvi un presidio armato a difesa del luogo, per l’avvistamento delle navi nemiche ed in particolare quelle dei pirati saraceni. Costoro giungevano per depredare lo stabilimento della tonnara e quanto a loro poteva tornare utile, compresi gli abitanti che portavano via per venderli come schiavi.

 

Questa Torre è dunque la muta testimone degli avvenimenti del paese, nato sotto la sua ombra, ed è testimone di tutte le calamità ed i travagli che i portescusesi subirono e della forza di volontà che ebbero perché il paese che avevano fondato prosperasse.

 

Essa fa parte di una serie di torri che circondano il litorale della Sardegna, fatte costruire appunto dal Real Governo Spagnolo a scopo di difesa.

 

Il motivo principale che rese necessaria la costruzione di tali opere di difesa fu la costante ed invadente potenza dei Saraceni i quali, fin dai tempi delle Repubbliche Marinare, costituivano un continuo pericolo sia per i naviganti sia per i paesi costieri, che vivevano nel terrore di possibili saccheggi.

 

Alcune erano state costruite con il solo compito di segnalazione di eventuali pericoli, altre con il compito di difesa vera e propria. La loro locazione era scelta di solito nei punti più alti degli imbocchi dei porti, a protezione dei traffici marittimi in genere ed in particolare per proteggere il ricavato delle pesche del tonno e dei corallo, poiché tali attività, soprattutto le tonnare, avevano avuto un grande sviluppo durante il regno di Filippo Il di Spagna.

 

La costruzione della Torre di Portoscuso risale al periodo dell’impianto della tonnara, realizzata con l’autorizzazione di Filippo Il dal mercante cagliaritano Pietro Porta, il quale si era trovato nella necessità di proteggere la costa dai pirati saraceni.

 

Nell’anno 1636, durante una delle incursioni più violente, i barbareschi riuscirono ad avere il sopravvento sul presidio armato ed a radere al suolo la Torre. La sua riedificazione venne subito disposta e stanziata con i fondi della Real Cassa. L’anno seguente, su progetto del Mastro Razional Don Giacinto de Bolea e su lavori di costruzione diretti dai capi mastri scalpellini della città di Cagliari, Gaspare Pinna e Nicolao Cuccuru, la Torre veniva di nuovo edificata e resa funzionante.

 

Un altro terribile attacco barbaresco si ebbe nell’anno 1760; la Torre fu ancora semidistrutta, e poi ricostruita con l’attuale forma a tronco di cono.

 

Poggia su un gruppo di scogli, a metri 13 sul livello del mare, ed ha un’altezza di metri 16.

 

Tutti i successivi attacchi da parte dei nemici, vennero respinti; pertanto la torre conserva la stessa struttura di allora.

 

Tramite una scala esterna a ventaglio, composta da 18 gradini si accede al primo piano, sollevato a metri 4 dal suolo. L’illuminazione interna è data da 7 finestre ad arco. Al centro trovasi, interrata, una cisterna di circa 3 metri cubi alimentata dall’acqua piovana che dalla terrazza è fatta confluire con condotte interne ai muri perimetrali.

 

In vistoso risalto due archi a tutto sesto si intersecano al centro, a metri 8 di altezza, dividendo la volta circolare in quattro quarti. In quello di Nord-Est gli archi si obliquano, in quanto per la loro funzione statico-bellica dovevano reggere la spinta che i cannoni, sistemati nella terrazza, esercitavano. Una scala con 40 gradini, a camminamento interno, congiunge la sala alla terrazza. Attualmente qui nella parte NE si trovano due vani e un ripostiglio, fatti costruire nel periodo sabaudo per alloggiamento della Regia Guardia delle Gabelle (Finanza).

 

Nella calotta restante, vi sono 8 posti per i cannoni. In origine la capacità di fuoco dei pezzi di artiglieria era di 360 gradi.

 

Data la sua ubicazione, la visualità è tale da comprendere la pianura fino a Paringianu, i canali di Sant’Antioco e San Pietro, su Scogliu Mannu, la baia di Portupaleddu e tutto il coronamento roccioso che da Baccu Ollastu va a Ghilotta e Sinineddu.

 

Su Marchesu

 

Nell’anno 1912 venne costruita la villa poggio Maureddu, nota come “Su Marchesu”, dal Marchese Pes di Villamarina, proprietario fin d’allora della tonnara dell’isola Piana.

 

L’opera fu realizzata per ospitare il Nobile e la sua famiglia quando, impossibilitati a raggiungere l’isola per il brutto tempo o per altre ragioni contingenti, erano costretti a soggiornare a Portoscuso. La villa ha una superficie di 3.500 metri quadri circa, quasi tutta, eccetto due modesti fabbricati, messa a verde tropicale.

 

Contemporaneamente fu edificato anche l’edificio destinato ad alloggio per il custode della proprietà, oggetto di recente restauro.

 

Difese costiere (1935 – 1945)

 

 

Nel 1935, in seguito alle imprese italiane in Africa e le conseguenze da esse provocate sul piano internazionale, il governo fascista, in previsione di previsti attacchi alle installazioni minerarie del Sulcis e, in particolare, al porto di Portoscuso (noto col nome del suo fondatore e Presidente della Società Monteponi, Conte Avv. Carlo Baudi di Vesme) ed alla vicina centrale termoelettrica, varò la costruzione delle fortificazioni costiere, che furono completate nel 1935. Le fortificazioni sono state suddivise in due beni radice: Batterie costiere della Marina Militare (codice bene radice 95059522) e Fortificazioni Esercito Italiano e Werhmacht (codice bene radice 95059523). Il sistema difensivo era costituito, nell’area di Capo Altano, da batterie antinave e antiaeree, armato con 4 artiglierie da 102/35 mm, prede di guerra del 1915-18, con tiro utile di 9.500 metri, a doppio compito, coordinate da una stazione di tiro (C.O.C., Centrale Operativa di Combattimento).

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