La paura dell’esserci

Abbiamo paura di esserci realmente e ci rifugiamo nell’esserci virtualmente. In questa performance creo l’habitat della società di oggi immersa nei bisogni materiali, nel bisogno dell’esserci ad ogni costo, non più realmente ma virtualmente. Ogni persona si siederà accanto al simbolo della società di oggi, il telefonino: unico amore, unico bisogno dell’uomo. Ma lo sguardo sarà rivolto verso il palco: fonte di desiderio, fonte di solitudine, fonte di appartenenza alla realtà, fonte di viaggio verso oltre. Il palco rialzato simboleggia il distacco tra il bisogno e il desiderio, tra il reale e il virtuale, tra la società e l’individuo. Seduto su quella sedia ( posta al centro del palco), lo spettatore vivrà proprio il senso dell’esserci e non la paura dell’esserci. Su quella sedia ergerà il suo essere verso i desideri, creerà il suo viaggio verso dei desideri ( il senso del viaggio e del desiderio è rappresentato da una pellicola cinematografica che dalla sedia si alzerà verso la parte più alta dello spazio) e non verso dei bisogni materiali. È uno spazio che purifica l’essere ma prima di tutto lo mette di fronte alla realtà virtuale in modo crudo.
Oltre alla dimensione dello spazio, lo spettatore verrà a contatto con la dimensione del tempo, attraverso la messa in scena di un’altra performance “ ascolto”: 31 minuti di silenzi e di rumori immersi nel buio dei bisogni.
A far confluire la dimensione dello spazio nella dimensione del tempo ci penserà un’ulteriore performance “ Come ascoltare il tempo interiore”, un libro di cento pagine bianche. Noi siamo parte attiva della nostra vita, riniziamo a scriverla.
“ La paura dell’esserci” è una performance cruda, estrema ma necessaria. La dimensione dello spazio serve a mostrare il fatto, la dimensione del tempo serve a penetrare nel fatto.