Io e io in una stanza

Bene…ci ritroviamo qui, senza nessun motivo, senza nessuna voglia di esserci. Mentre ti guardo mi viene in mente: perché siamo qui? O meglio perché siamo al mondo? Una stanza può essere vista, immaginata, vissuta come la vita. La vita cos’ è se non la propulsione dell’essere verso il congiungimento con la natura; questa visione intrinseca dell’esserci nel mondo e non nell’essere nel non-mondo. Sembrerà ridicolo, ma guardandoti negli occhi – sprofondando nei tuoi occhi – vedo me, vedo chi sono quando non sono, vedo il vivere immerso, e non il soffocare nel vivere. Mi sento leggero, sto provando la sensazione  di aver contatto, per un istante, della mia vita; l’attimo sfuggente di essere e l’essere nell’esserci. Mi sento sfuggita dalla storia, denudata da ogni forma di maschera che ha alienato la mia visione del mondo e dello stesso tempo di me. Quanti quanti pullulano in me in questo istante. Sto toccando ogni punto di me, sto ascoltando ogni tempo che vive in me. Ma il tempo è in me o siamo noi il tempo? Quanti tempo formano il mio tempo? Solo guardandoti negli occhi sto scoprendo chi sono realmente io, sto sprofondando nell’abisso più totale, alla scoperta chi si sono. Ma è giusto chiedersi chi sono? Passare la vita rinchiusi, come ora in questa stanza, a chiedersi: chi sono? O è meglio agire e lasciare che la condivisione agisca nella scoperta di noi stessi. Sto sprofondando sempre di più; più mi addentro in me e più non so dove sto andando. I confini spazio tempo vengono sempre meno. Nessuna certezza mi viene incontro in questo punto; e più sprofondo in questo punto e più il mio desiderio aumenta. Sembrerà strano ma è cosi. Sto assaporando i confini di me, sto vivendo finalmente ogni attimo di chi sono; sto portando alla luce le mie frammentazioni fisiche. Più mi inoltro in te e più ho la consapevolezza di me. Il caso che siamo qui racchiude i casi della vita, i casi che compongono la nostra vita. Noi siamo un caso, un gioco di Dio o di chissà chi. In questo gioco noi siamo parte attiva o passiva? Siamo chi siamo o siamo chi altri vorremmo che fossimo? Ora, guardando i tuoi occhi – e cioè guardando me – ho scoperto che ci hanno ingannato, ci hanno detto tante cavolate sul senso della vita. Che stupidi che siamo! Tu pensa, basta guardare per capire. O forse loro vogliono questo da noi, il non capire ma giocare per perdere. Ma loro chi? Non mi interessa più ora sapere chi loro fossero, mi interessa giocare con me stesso ora. Ohh quanto sono dolci e quanto sono abbondanti le nostre infinite forme di essere! O che irradiazione dall’interno! Una luce infinita schizza via con un attimo e irradia i miei occhi. Voglio stare in silenzio, ascoltare e farmi avvolgere da questo fascio di luce. E tu/ io, tu/io spazio, tu/ io spaziotempo ti sei riavvolta in me. Ho preso coscienza che niente è sé, prima di tutto non sei. Questa stanza sono io, io/tu io e non so chi. Ormai ho frantumato ogni linearità che mi avvolgerà, ho dissipato le scorie che passivamente mi facevano interagire con te. Ho un corpo, fatto di mille corpi e al suo interno collegato con altri mille corpi. Sono una moltitudine di corpi, di spiriti che contemplano l’essere nel corpo dei corpi. Sono un’esplosione di vita frammentaria che fa emergere l’unità, la mia unità che già è rapportata con altre unità. Sono la mia voce che grida, generata da una violenza interiore contrastante. Sono l’essenza di una luce fatta di mille luci. Sono io rispecchiato in te, mi sento te, mi sento una stanza, sono io che ho generato la stanza. Non sei il presente perché non sei già più qui. Anzi meglio, sei un’illusione. Mi hai fatto sognare, ad oggi riusciamo solo a sognare questa realtà e non viverla. Siamo attanagliati da chi ci impone di non essere. Un grido di speranza ancora nutro nei tuoi occhi. Chissà in quale salto riusciremo ad afferrare queste pagine, queste poche righe che ho speso in questo attimo di tempo con te. Prima di chiudere gli occhi ti rimembro un passo finale di un mio libro: il sogno è desiderio e il desiderio non è il bisogno, ecco perché nel campo non ci siamo ribellati, ecco perché abbiamo subito passivamente senza reagire; perché il bisogno di libertà ci veniva stroncato all’inizio, dai Kapos, che in molti dei casi avevano il tuo stesso sangue. Non avevamo neanche la libertà di spegnerci da soli, ponendo fine alle nostre sofferenze, perché eravamo animali e l’animale ha l’istinto di sopravvivenza. Quindi non restava che sognare, chiudere gli occhi, ed immaginare la libertà.

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